lunedì 22 maggio 2017

Servizio civile obbligatorio o esercito del lavoro?

Una delle principali criticità che riguardano il mercato del lavoro nel nostro paese è quella relativa alla persistente e vasta disoccupazione giovanile: si tratta di una problematica che ha anche complessi risvolti di carattere sociale, sia perché spesso i giovani disoccupati non sono impegnati nemmeno in attività di studio o formazione (i così detti “Neet”, ossia “not (engaged) in education, employment or training”) sia poiché l’età giovanile è cruciale nella vita di qualsiasi individuo per la determinazione del proprio percorso intellettuale, formativo e lavorativo.
Le misure messe in campo per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro sono molteplici, sia dal punto di vista delle specificità contrattuali (a iniziare dall’apprendistato) che dei meccanismi di transizione tra scuola e lavoro, fino ad arrivare a degli incentivi di carattere contributivo e/o fiscale e a specifici programmi, come il piano “Garanzia giovani” promosso dall’Unione Europea.
Gli interventi descritti hanno però il limite di non raggiungere la totalità dei giovani, ma bensì di funzionare soltanto nei confronti di coloro che sono maggiormente motivati e sono in possesso di competenze più spendibili: sarebbe utile, accanto a tali strumenti, prevedere percorsi di “esperienza lavorativa” che -sebbene non garantiscano a tutti i giovani un immediato inserimento lavorativo - permettano di maturare una maggiore consapevolezza sul funzionamento del mondo del lavoro e sulle proprie attitudini.
A tale proposito si stanno moltiplicando le proposte in campo, a iniziare da quella relativa all’istituzione di un servizio civile obbligatorio per tutti i ragazzi e le ragazze: attualmente il servizio civile è per i giovani un’opportunità e non un obbligo; nello specifico, le attività prestate per il “Servizio Civile Nazionale” possono riguardare i settori ambiente, assistenza, educazione e promozione culturale, patrimonio artistico e culturale, protezione civile, servizio civile all’estero.
L’idea che il servizio civile sia un momento di crescita umana, civica e di accrescimento di competenze che possono essere spese nel mondo del lavoro è senz’altro condivisibile, lo è meno la convinzione che tale percorso debba essere reso obbligatorio, quasi si volesse costruire una sorta di “esercito del lavoro”.
Probabilmente tale idea poteva avere valore qualche decennio orsono, e a tale proposito è interessante richiamare alla memoria la proposta del l’intellettuale di area radicale Ernesto Rossi, il quale nel suo testo “Abolire la miseria”, scritto nel 1942, proponeva la costituzione di un “un esercito del lavoro” dove i giovani di ambo i sessi, non appena terminati gli studi, avessero l’ obbligo di prestare servizio per un periodo di due anni, in cambio solo di vitto e alloggio, al fine di “servire” l'interesse collettivo lavorando al servizio dello Stato nell'ambito della produzione e distribuzione, di beni “indispensabili per vivere senza soffrire la fame e il freddo per tutta la vita” (cit.). Ernesto Rossi stimava un massimo di tre mesi di formazione per ogni componente dell'esercito, vale a dire un ottavo della leva complessiva; la sua proposta prevedeva  che i “dirigenti” dell'esercito fossero persone di comprovata ed elevata professionalità, al fine di consentire una migliore formazione delle “reclute”, nonché un migliore sviluppo delle attività produttive.

La proposta di Ernesto Rossi era però stata delineata in un periodo storico caratterizzato da un livello di istruzione dei giovani estremamente basso, e da esigenze di competenze e professionalità del mercato del lavoro assai limitate: un contesto molto differente da quello attuale, nel quale invece i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di operare in ambiti lavorativi che consentano loro di comprendere il funzionamento del mondo del lavoro e le modalità di inserimento nello stesso. Siamo certi che il servizio civile obbligatorio sia utile a tale fine? 

martedì 28 febbraio 2017

Cancellare il Jobs Act. Per tornare al passato?

Cancellare il Jobs Act, fare tabula rasa, ricominciare da capo: questi sono gli slogan che si sentono ripetere nelle ultime settimane nel dibattito politico, sulla stampa, tra i tanti presunti esperti della tematica del lavoro. L'incapacità del nostro sistema politico di dare continuità alle riforme strutturali è oramai endemica: mentre in altre paesi le stesse sono spesso caratterizzate da un processo di discussione e di elaborazione condiviso tra i principali soggetti politici e sociali, in Italia prevalgono le logiche di parte e le esigenze del dibattito politico contingente. Riforme costituzionali, leggi elettorali, riforme di carattere finanziario, riforme mercato del lavoro: da venticinque anni attraversiamo una fase di continui cambiamenti che incidono su quelli che dovrebbero essere i pilastri della stabilità politica, il perimetro entro il quale le diverse maggioranze politiche si muovono, condividendo le regole del gioco e operando secondo una logica di progressiva modernizzazione e di crescita economica. A tale destino non sembra sfuggire il Jobs Act: la riforma del mercato del lavoro realizzata dal governo Renzi è oggetto di continui attacchi, non al fine di correggerne aspetti marginali (come ad esempio le distorsioni nell'utilizzo dei voucher) o per richiederne la piena attuazione (tutto l'ambito delle riforme sulle politiche attive è in gran parte ancora da attuare). No, occorre un colpo di spugna che cancelli l'intera normativa la quale - nella vulgata prevalente - non ha prodotto la crescita dell'occupazione: un giudizio dettato dall'incapacità di distinguere le politiche occupazionali dalle politiche del lavoro, dalla mancanza di consapevolezza di come i processi riformatori richiedano tempi adeguati e capacità - ove necessario - di intervenire con misure correttive, piuttosto che con spirito di rivalsa politica. 
Qualunque maggioranza prevarrà nelle prossime elezioni politiche, dovrebbe avere la capacità di ripartire da quanto - e non è poco - è stato fatto di positivo con il Jobs Act: dai meccanismi di condizionalità all'assegno di ricollocazione, dalla riforma dei contratti di lavoro alla conciliazione tra i tempi di vita e di lavoro, fino alla risistemazione degli ammortizzatori sociali e al rilancio dell'apprendistato. Senza dimenticare mai che tutti - pur con le legittime opinioni e idee, talvolta contrapposte - siamo i soci di una medesima "ditta" chiamata Italia.

martedì 31 gennaio 2017

Carta dei diritti della CGIL, che fine hanno fatto i disoccupati?

Nei giorni scorsi la segretaria generale della CGIL, Susanna Camusso, ha presentato la "Carta dei diritti universali del lavoro", un articolato normativo costituito da 97 articoli i quali - nelle intenzioni della leader del maggior sindacato italiano - dovrebbero costituire una riscrittura completa dei principali aspetti che regolano il diritto del lavoro nel nostro paese.
La Carta, sulla quale la CGIL inizierà una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, è articolata in tre "titoli": il primo dedicato alla tematica dei "Diritti fondamentali, tutele e garanzie di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori", il secondo alla "Disciplina attuativa degli articoli 39 e 46 della Costituzione" - in particolare con riferimento alla registrazione dei sindacati, alle rappresentanze unitarie sindacali, alla contrattazione collettiva e alla partecipazione dei lavoratori alle decisioni e ai risultati delle imprese - e il terzo riguardante la "riforma dei contratti e dei rapporti di lavoro e la tutela dei diritti".
Il testo, che nelle intenzioni della CGIL dovrebbe rappresentare un nuovo "Statuto dei lavoratori", contiene una completa rivisitazione della normativa giuslavoristica, dai contratti di lavoro alla tutela delle invenzioni e delle opere dell'ingegno, dai diritti sindacali alla partecipazioni dei lavoratori, dalla conciliazione dei tempi di lavoro con i tempi della vita alle tutele per i lavoratori autonomi, lungo un percorso il quale si pone come alternativa alla riforma del mercato del lavoro realizzata dal governo Renzi. 
Le differenze tra il Jobs Act e la Carta dei diritti sono notevoli e richiedono un'analisi comparativa accurata, ma l'elemento che appare immediatamente evidente è l'assenza nella proposta della CGIL di meccanismi e strumenti per l'inserimento lavorativo degli inoccupati e dei disoccupati, aspetto che è invece centrale nella riforma realizzata dal governo Renzi. Il Jobs Act muove i propri passi dall'esigenza di spostare la tutela dal "posto di lavoro" al lavoratore, al fine di migliorarne le opportunità di collocazione e ricollocazione lavorativa, e di sostenerlo - attraverso il rafforzamento dell'indennità di disoccupazione - durante i periodi di mancata occupazione; il concetto di "occupabilità" è centrale, come evidente anche nella scelta di rafforzare i meccanismi di transizione tra scuola e lavoro. 
La Carta dei diritti della CGIL è invece totalmente indirizzata ad un rafforzamento dei diritti degli occupati, e si dimentica dei disoccupati (o forse, semplicemente non si premura di rappresentarli), o meglio non si fa carico della necessità di prevedere, definire, inventare percorsi (di formazione, di ricerca, di rafforzamento o riconversione delle competenze) finalizzati ad un rapido e proficuo reinserimento lavorativo dei soggetti espulsi dal mercato del lavoro da un lato, e ad una efficace transizione tra scuola/università e mercato del lavoro per i giovani dall'altro. 
Quella del sindacato guidato da Susanna Camusso è senza dubbio una visione vecchia, con lo sguardo rivolto al passato, che rifiuta di fare i conti con la realtà di un mercato del lavoro nel quale gli "outsiders" sono sempre più numerosi, e nel quale la qualità dei servizi per il lavoro e del dialogo tra imprese e scuole/università diviene sempre più necessario. Si tratta di una visione sempre più corporativa, per certi versi lontana dalla tradizione storica riformista della CGIL.