giovedì 26 ottobre 2017

Lavoro distaccato, le nuove regole UE

Lunedì 23 ottobre i ministri del lavoro dell’Unione Europea, riuniti a Lussemburgo, hanno trovato un accordo – il quale dovrà ora essere ratificato dal Parlamento Europeo – per modificare la regolamentazione del distacco dei lavoratori in un paese membro. La direttiva attualmente in vigore, approvata nel 1996, prevede che una società possa inviare in un altro Stato dell’Unione un proprio lavoratore, versando i contributi nel paese d’origine: si tratta del cosiddetto "principio di personalità”, in base al quale il datore di lavoro continua a pagare i contributi nel paese di origine fino a un periodo massimo di 24 mesi, pur dovendo applicare le retribuzioni del paese di destinazione.
Tale meccanismo ha determinato – in seguito al progressivo allargamento dell’UE ai paesi dell’est europeo, caratterizzati da costi previdenziali e salariali più bassi rispetto ai paesi di lunga appartenenza comunitaria – una condizione di dumping sociale, in particolare nei settori dell’edilizia e dei trasporti. 
L’accordo raggiunto lunedì scorso prevede che - dopo un periodo di transizione di quattro anni - la durata del distacco sarà limitata ai 12 mesi, con la possibilità di prolungare la stessa di ulteriori sei mesi su richiesta dell’impresa e con il benestare del paese di accoglienza. Successivamente a tale periodo, cesserà la possibilità di versare i contributi in base alle norme del paese di origine. Inoltre, la nuova direttiva prevede che la società dovrà versare al proprio lavoratore tutti i bonus e le indennità - dalla tredicesima al premio d’anzianità - previsti dal paese del distacco: la vecchia norma prevede invece, per la società del lavoratore distaccato, esclusivamente l’obbligo di rispettare il salario minimo previsto nel paese di accoglienza. La riforma prevede un’eccezione per il settore dei trasporti, nel quale la vecchia direttiva continuerà a essere applicata finché non entrerà in vigore un nuovo pacchetto di misure specificamente dedicate al settore (il cosiddetto MobilityPackage).
Beninteso, non siamo dinanzi a cambiamenti epocali: tuttavia si tratta di una spinta verso l’integrazione del mercato del lavoro europeo, in particolare sul terreno dei diritti dei lavoratori e dell’uniformità dei costi per le aziende, elemento imprescindibile di una reale concorrenza di mercato. Può essere un nuovo inizio?

lunedì 24 luglio 2017

Lavoro 4.0, occorre partire dall'analisi dalla realtà

Lanciato nei mesi scorsi, sembra che il Piano nazionale Industria 4.0 stia iniziando a dare i suoi primi frutti, attraverso la crescita degli investimenti in macchinari e nuove tecnologie, favoriti proprio dagli incentivi fiscali previsti dal suddetto piano.
Il nostro paese, sulla scia degli interventi attuati da USA, Francia e Germania, sembra non voler arrivare impreparato alla sfida della così detta “quarta rivoluzione industriale”, che nei prossimi anni cambierà profondamente le tecnologie produttive nell’industria, causando conseguentemente una mutazione profonda delle dinamiche organizzative all’interno delle aziende e degli equilibri del mercato del lavoro.
Come accaduto in passato con le precedenti rivoluzioni industriali, si sottolinea da più parti come l’introduzione di tecnologie più efficienti ridurrà i volumi occupazionali nell’industria, causando probabilmente una crescita della disoccupazione. I dibattiti su questo argomento sono all’ordine del giorno, con un ampio ventaglio di argomentazioni: da quelle più catastrofiche (“andiamo verso la disoccupazione e la povertà di massa”), fino a quelle più ottimistiche, preannuncianti una moderna arcadia (“l’uomo si potrà liberare dal lavoro e vivere un’esistenza dedita alla vita sociale e alla speculazione”).
L’impatto sulle dinamiche occupazionali - sia in termini numerici sia dal punto di vista delle caratteristiche della composizione degli occupati e delle persone in cerca di occupazione – dipenderà da due fattori chiave:
  • da quali saranno le proporzioni, le modalità e le tempistiche con cui avverrà la trasformazione nel sistema produttivo industriale: la riduzione di personale addetto alla produzione attraverso macchinari potrà essere in parte recuperato attraverso l’inserimento di lavoratori dotati di competenze più complesse, principalmente in ambito digitale;
  • dalla capacità di altri settori economici che hanno margini di crescita (assistenza anziani, formazione, recupero ambientale, ecc.) di sopperire alla probabile riduzione di occupati nell’industria.

Conseguentemente a quanto sopra descritto, è necessario – come sta già avvenendo in materia di incentivi fiscali per l’acquisto di nuovi macchinari – intervenire anche nell’ambito del mercato del lavoro: in parte tali misure sono già previste, nel contesto di quella che è stato definita la "seconda gamba" del Piano nazionale Industria 4.0, ossia il “Lavoro 4.0”. Cosa prevede il piano del governo? Si va dalle ipotesi di incentivi fiscali e contributivi per favorire l’occupazione giovanile (quindi i soggetti che dovrebbero avere maggiori competenze tecnologiche), fino agli interventi che sono già previsti dal Piano nazionale Industria 4.0: da quelli di più altro livello (“Digital Innovation Hub” e i “Competence Center I4.0”) fino alle direttrici delle iniziative a più ampio raggio: dalla formazione del pensiero computazionale nella scuola primaria ai laboratori territoriali scuola-impresa, fino alla specializzazione di corsi universitari e master dedicati. Sono proprio queste ultime categorie di interventi che necessitano di progettazione di qualità (che coinvolga davvero tutti i soggetti in campo) e di investimenti adeguati. 

Occorre però partire dall'analisi della realtà attuale, e dai limiti della stessa, senza voli pindarici: questo significa che senza la capacità di affrontare i limiti cronici del nostro sistema formativo e del mercato del lavoro, non sarà possibile raggiungere gli obiettivi indicati dal governo. Non sarà possibile nessun successo dei piani per il “Lavoro 4.0” se non saranno realizzate modalità efficaci di alternanza scuola lavoro, prevedendo in tale contesto anche gli interventi di aggiornamento degli insegnanti: spesso l’inadeguatezza delle competenze di questi ultimi in ambito tecnologico è un freno alla crescita formativa degli studenti. Un altro aspetto critico riguarda l’accesso alla formazione universitaria: nel panorama europeo abbiamo un costo medio tra i più alti, tra i mille e i tremila euro. Per fare dei paragoni, in Germania, Spagna e Francia la media è inferiore ai mille euro, nei paesi scandinavi l’istruzione universitaria è gratuita. Considerato che nel nostro paese vi è una carenza di laureati nelle discipline informatiche, probabilmente non sarebbe una idea peregrina pensare ad una forte riduzione delle tasse universitarie per tali classi di laurea. Ancora: abbiamo la più alta percentuale di Neet a livello europeo, ragazzi che non sono inseriti nel mondo del lavoro e che non seguono alcun percorso di formazione e istruzione. Si tratta però della generazione dei "nativi digitali", ragazze e ragazze che hanno una naturale abitudine a imparare rapidamente l'uso delle nuove tecnologie: è possibile prevedere interventi mirati per questa categoria?

lunedì 22 maggio 2017

Servizio civile obbligatorio o esercito del lavoro?

Una delle principali criticità che riguardano il mercato del lavoro nel nostro paese è quella relativa alla persistente e vasta disoccupazione giovanile: si tratta di una problematica che ha anche complessi risvolti di carattere sociale, sia perché spesso i giovani disoccupati non sono impegnati nemmeno in attività di studio o formazione (i così detti “Neet”, ossia “not (engaged) in education, employment or training”) sia poiché l’età giovanile è cruciale nella vita di qualsiasi individuo per la determinazione del proprio percorso intellettuale, formativo e lavorativo.
Le misure messe in campo per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro sono molteplici, sia dal punto di vista delle specificità contrattuali (a iniziare dall’apprendistato) che dei meccanismi di transizione tra scuola e lavoro, fino ad arrivare a degli incentivi di carattere contributivo e/o fiscale e a specifici programmi, come il piano “Garanzia giovani” promosso dall’Unione Europea.
Gli interventi descritti hanno però il limite di non raggiungere la totalità dei giovani, ma bensì di funzionare soltanto nei confronti di coloro che sono maggiormente motivati e sono in possesso di competenze più spendibili: sarebbe utile, accanto a tali strumenti, prevedere percorsi di “esperienza lavorativa” che -sebbene non garantiscano a tutti i giovani un immediato inserimento lavorativo - permettano di maturare una maggiore consapevolezza sul funzionamento del mondo del lavoro e sulle proprie attitudini.
A tale proposito si stanno moltiplicando le proposte in campo, a iniziare da quella relativa all’istituzione di un servizio civile obbligatorio per tutti i ragazzi e le ragazze: attualmente il servizio civile è per i giovani un’opportunità e non un obbligo; nello specifico, le attività prestate per il “Servizio Civile Nazionale” possono riguardare i settori ambiente, assistenza, educazione e promozione culturale, patrimonio artistico e culturale, protezione civile, servizio civile all’estero.
L’idea che il servizio civile sia un momento di crescita umana, civica e di accrescimento di competenze che possono essere spese nel mondo del lavoro è senz’altro condivisibile, lo è meno la convinzione che tale percorso debba essere reso obbligatorio, quasi si volesse costruire una sorta di “esercito del lavoro”.
Probabilmente tale idea poteva avere valore qualche decennio orsono, e a tale proposito è interessante richiamare alla memoria la proposta del l’intellettuale di area radicale Ernesto Rossi, il quale nel suo testo “Abolire la miseria”, scritto nel 1942, proponeva la costituzione di un “un esercito del lavoro” dove i giovani di ambo i sessi, non appena terminati gli studi, avessero l’ obbligo di prestare servizio per un periodo di due anni, in cambio solo di vitto e alloggio, al fine di “servire” l'interesse collettivo lavorando al servizio dello Stato nell'ambito della produzione e distribuzione, di beni “indispensabili per vivere senza soffrire la fame e il freddo per tutta la vita” (cit.). Ernesto Rossi stimava un massimo di tre mesi di formazione per ogni componente dell'esercito, vale a dire un ottavo della leva complessiva; la sua proposta prevedeva  che i “dirigenti” dell'esercito fossero persone di comprovata ed elevata professionalità, al fine di consentire una migliore formazione delle “reclute”, nonché un migliore sviluppo delle attività produttive.

La proposta di Ernesto Rossi era però stata delineata in un periodo storico caratterizzato da un livello di istruzione dei giovani estremamente basso, e da esigenze di competenze e professionalità del mercato del lavoro assai limitate: un contesto molto differente da quello attuale, nel quale invece i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di operare in ambiti lavorativi che consentano loro di comprendere il funzionamento del mondo del lavoro e le modalità di inserimento nello stesso. Siamo certi che il servizio civile obbligatorio sia utile a tale fine?