venerdì 13 febbraio 2015

Il nome delle cose. Il mercato del lavoro ha bisogno di nuovi linguaggi?

"Potrebbe darmi una mano a descrivere meglio la professione che ricercate?" L'operatrice del centro per l'impiego dall'altra parte della cornetta è in evidente difficoltà, e io cerco di andarle incontro e la interrompo "ho capito, non riesce a trovare la professione che cerchiamo nella classificazione ISTAT... ma non si sforzi, non c'è una professione corrispondente".  La situazione inizia a complicarsi: "quindi, come possiamo fare?", mi domanda... "me lo dica lei, siete voi il servizio pubblico per l'impiego, noi siamo un'azienda", rispondo io. A questo punto l'operatrice del CpI inizia a propormi improbabili soluzioni, vicine alla professione ricercata più per similitudine linguistica che per caratteristiche professionali, e sono costretto ad arrendermi e offrirmi di ricercare con attenzione - nelle migliaia di professioni della CP2011- una descrizione che si avvicini il più possibile alla figura che cerchiamo. Con l'accordo che, accanto alla professione ISTAT, tra parentesi, sarà indicata anche la mia descrizione: accordo che, ovviamente non sarà rispettato. 
Così, l'annuncio della richiesta di lavoro compare sul portale dei servizi pubblici per l'impiego con una improbabile descrizione. E con caratteristiche non richieste: 2-3 anni di esperienza, automunito... anche se avevo indicato che non era necessaria nemmeno la patente... ma di questo parleremo un'altra volta. 
Ora parliamo del linguaggio che descrive le professioni, un linguaggio che nel mercato del lavoro è multiforme e non conosce interpreti riconosciuti: i servizi pubblici utilizzano la classificazione delle professioni dell'ISTAT, la quale ha una struttura di carattere gerarchico, ossia classifica le professioni in base al livello di qualificazione, mentre gli operatori privati usano perlopiù un approccio "funzionale", ossia segmentano le professioni in base alle aree di attività aziendale. Nonostante le modifiche apportate nell'ultima versione della classificazione ISTAT e il lavoro descrittivo fatto dall'ISFOL negli anni scorsi, la CP2011 non è in grado di descrivere in modo adeguato un universo professionale che sta vivendo una profonda trasformazione, anche perché la classificazione delle professioni ISTAT viene modificata con una periodicità che, nel mercato del lavoro, corrisponde a ere geologiche (ogni 10 anni), e - per le sue caratteristiche - non è lo strumento più adeguato per le esigenze del mondo produttivo. Probabilmente occorrerebbe lasciare ai soggetti privati - aziende, agenzie per il lavoro, associazioni di categoria - la possibilità di usare i propri linguaggi per descrivere le professioni, garantendo - a livello pubblico - strumenti e "infrastrutture" di conversione degli stessi, tenendo in considerazione anche le specializzazioni produttive esistenti a livello territoriale. Questo approccio potrebbe avere ripercussioni positive anche nell'ambito - interconnesso alla descrizione delle professioni - delle definizione delle competenze professionali, rispetto al quale il nostro paese segna un gravissimo ritardo. 
Un mercato del lavoro che funziona ha necessità di strumenti che - da un lato - consentano di collocare i lavoratori valorizzando le loro competenze, dall'altro garantiscano alle aziende di trovare rapidamente le professionalità adeguate alle loro esigenze. 
Ora torniamo pure a parlare di articolo 18.

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