giovedì 22 dicembre 2016

Le politiche del lavoro tra il referendum e l'industria 4.0

L'esito del referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre ha avuto un impatto rilevante sul percorso di innovazione dei servizi e delle politiche del lavoro intrapreso con l'approvazione del Jobs Act. Uno dei principali elementi strategici del percorso riformatore intrapreso dal governo Renzi consisteva infatti nella ri-attribuzione allo Stato della competenza esclusiva in materia di politiche attive del lavoro, le quali - poiché il Titolo V della Costituzione è rimasto inalterato in seguito alla vittoria dei "no" - restano invece materia concorrente tra Stato e regioni. In particolare, la strada tracciata dal governo prevedeva il mantenimento dell'organizzazione amministrativa dei servizi per l'impiego in capo alle regioni (superando inoltre le competenze provinciali, visto che nelle intenzioni del governo sarebbero state abolite con il referendum), e una disciplina nazionale delle politiche attive, in modo da garantire standard uniformi in tutto il territorio nazionale, anche attraverso l'implementazione di adeguati strumenti, in particolare del sistema informativo unico delle politiche del lavoro. Dopo l'esito referendario, gli addetti al lavoro e il mondo politico si sono concentrati sull'applicabilità di tali disposizioni contenute nel Jobs Act, nonostante la mancata modifica del Titolo V, quasi dando per scontato che la costruzione di un percorso condiviso tra Stato e regioni sia impossibile. Non solo: il confronto spesso si è concentrato su quale sia il livello più adatto per la governance delle politiche attive del lavoro, quello nazionale o quello regionale, o addirittura sottolineando le virtù dell'organizzazione provinciale dei servizi per l'impiego. Siamo difronte, con tutta evidenza, a un dibattito con lo sguardo rivolto al passato, spesso incapace di comprendere la complessità delle sfide che abbiamo davanti, l'esigenza di garantire ai lavoratori e alle imprese servizi sempre più efficaci e rapidi, in un contesto caratterizzato dalla mancanza di adeguati meccanismi di transizione tra scuola e lavoro.
Le sfide che il nostro paese si trova ad affrontare sono complesse, per certi versi drammatiche, a iniziare dalle problematiche connesse all'industria 4.0 e alla quarta rivoluzione industriale: rilanciare gli investimenti industriali in ricerca e sviluppo, incentivare la conoscenza e l'innovazione, favorire la crescita dimensionale delle imprese, definire standard e criteri di interoperabilità condivisi a livello europeo, diffondere le competenze per Industry 4.0., assicurare adeguate infrastrutture di rete. Queste e altre sono le tematiche che dovrebbero essere al centro del dibattito sul mercato del lavoro, e a queste tematiche dovrebbero cercare di dare risposte le istituzioni pubbliche, adeguando i servizi alle esigenze di crescita e sviluppo dell'economia e dell'occupazione. Invece siamo ancora fermi ad un confronto quasi surreale, alimentato di una incomprensibile contrapposizione tra servizi pubblici e servizi privati, tra Stato e regioni, nel quale anche le informazioni sui lavoratori in cerca di occupazione e sulle offerte di lavoro sono spesso considerate "patrimonio" del singolo ente e non vengono condivise e messe in circolazione.

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